Viviamo sotto il medesimo cielo ma il mio orizzonte sono le montagne della Valtellina. Dico sarà mica solo per questo che molti di noi non vedono prospettive, non sarà solo per questo che i sondaggi ci indicano come la provincia italiana con il più alto numero di suicidi in rapporto con la popolazione. Di chi è la colpa, dell'individuo, di colui che ha compiuto l'insano gesto, o è di tutti?
Siamo persone chiuse e nascondiamo i problemi.

Sta di fatto che Dario Petacchi si diresse proprio lì, e giunto sul punto da lui ritenuto più opportuno per il compimento del suo disegno, in preda al più angoscioso sconforto, senza più un briciolo di realtà a cui aggrapparsi, con le lacrime che rigavano il suo cupo volto, scavalcò la rete di protezione e si lanciò nel vuoto.

Era ansioso Dario, appena uscito dall'ufficio del responsabile. Era operaio presso un'industria tessile ed era saturo dell'atteggiamento arrogante dei suoi superiori. In lui stava prendendo spazio la voglia di ribellarsi, di dimettersi e fuggire. "Quanto sarebbe bello vivere ai Caraibi, basterebbe poco, un chiosco di bevande e poi caldo, sole e mare. La prossima volta che incontro il direttore chiedo aspettativa, un anno mi può bastare per ambientarmi in Sud America".
Cominciava a non sentirsi bene. Provava una grande sofferenza interiore che lo portava ad avere difficoltà al lavoro e in famiglia. Non sopportava più lo stress causato dal lavoro e aveva difficoltà a relazionarsi con i colleghi. Per distrarsi, tentava di divertirsi uscendo con gli amici, ma ogni giorno che passava diventava sempre più pensieroso e parlava sempre meno. Aveva perso ogni piacere per la vita e vedeva tutto grigio e desolato. Non frequentava più i sindacati: aveva smesso di lottare, di credere nella libertà e nella giustizia sociale.
Credeva che i suoi colleghi provassero risentimento nei suoi confronti perchè aveva apportato nell'azienda un metodo lavorativo innovativo che aumentava la produzione obbligando i dipendenti a lavorare con maggior impegno. Quando un collega era amareggiato, magari per motivi personali, lui pensava che la colpa fosse sua e ne soffriva. Stava vivendo una realtà distorta, un sogno che aveva intrapreso il binario dell'incubo.
Il suo futuro non aveva più un orizzonte, era prigioniero di una grande muraglia per lui invalicabile. Si addormentava con grande difficoltà, poco tempo dopo si svegliava e passava il resto della notte in preda a pensieri tormentosi.
Una notte di profondo sconforto, chiamò l'amico Giulio. Quando questi giunse da lui erano le quattro del mattino. Andandogli incontro, forse perchè intontito dai farmaci, ebbe un mancamento, si lasciò cadere all'indietro e si mise a piangere. L'amico lo sorresse e lo accompagnò al divano dove si sedette con lui. Gli chiese quali pensieri lo tormentavano ed egli disse che aveva dato fastidio a troppe persone e queste ora lo volevano linciare.
Secondo la sua distorta realtà, tutti volevano distruggerlo e chiese se la sua morte potesse essere la soluzione a tutto.
L'amico lo pregò di togliersi dalla mente l'idea suicida, poi lo rincuorò dicendogli che nessuno voleva la sua rovina, anzi, tutti gli volevano bene e gli sarebbero stati vicini. Lui però non sentiva, i suoi pensieri di distruzione l'avevano convinto e niente e nessuno poteva portare un po' di pace in quella mente in conflitto da troppo tempo.
Alle sei del mattino Dario prese i farmaci e si recò in cucina per la colazione. Riempì un piatto fondo con dei cereali e,mentre prendeva il latte, vide i suoi gatti saltare sul tavolo. Si ricordò allora che nelle scuole medie aveva un compagno, Luca Gatti, il quale all'epoca, per spaventarlo, gli disse di aver ordinato una fattura malefica nei suoi confronti. Così, alle sei e tre minuti, espirò per tre volte pronunciando il nome del vecchio compagno. Era in trans, si muoveva in una realtà irreale. Prese un foglio sul quale fece alcuni calcoli relativi all'imminente fine del mondo nel duemiladodici, il risultato gli fece pensare di avere una missione spirituale da compiere, ovvero il compito di sconfiggere il male. Alcuni giorni prima, infatti, sognò che sarebbe morto nel giorno della sua nascita e credette di essere Cristo. Si ricordò infine le parole del suo professore di educazione artistica "l'arte come fine ultimo". Quindi prese cartoncino e tempere e cominciò l'esecuzione di un dipinto. Mentre disegnava ebbe un "dejà vu", come se quello che stava facendo per la prima volta in realtà lo avesse sempre fatto. Dipinse un bambino per esaltare l'innocenza dell'uomo quando viene colpito dal male. Quel disegno era per lui la traccia del battesimo col fuoco di Cristo. Tanta sofferenza per essere purificato.
Nel tardo pomeriggio uscì di casa dicendo che sarebbe andato a comprare i nuovi farmaci prescritti dal dottor Battaglia, ma era una scusa, in realtà raggiunse gli amici al bar. In televisione veniva trasmesso il derby della Madonnina. Per Dario era la battaglia finale: il serpente (stendardo dell'Inter) contro il diavolo (stendardo del Milan).
Dopo aver pregato, in evidente stato confusionale, ormai completamente abbandonato al suo triste destino, prese la macchina e si avviò verso la strada che porta alla pineta di T. Nella pineta ci sono delle terrazze altissime che cadono a strapiombo nella valle. Si diresse proprio lì, e giunto sul punto da lui ritenuto più opportuno per il compimento del suo disegno, preso dal più profondo sconforto, scavalcò la rete di protezione e si lanciò nel vuoto.
Fece un volo di venti metri e la sua caduta fu attutita dalle piante sottostanti, così quando toccò il suolo Dario era ancora vivo, per miracolo ma vivo.

Fu visto compiere il disperato gesto da un passante che allarmò immediatamente i soccorsi. Fu ricoverato in rianimazione per un mese e infine fu dimesso. Ora sta cercando il suo orizzonte sotto un cielo uguale per tutti.