Nel cuore di una fresca notte di settembre, Carmen Longoni fu destata dal tenue, ma fastidioso ticchettio prodotto dalle gocce d'acqua che, dal rubinetto del lavandino in bagno, cadevano, a intervalli regolari di tempo, nel foro di scarico. Si alzò dal letto matrimoniale, cercando di fare piano per non svegliare suo marito e si recò nel bagno per chiudere bene il rubinetto, probabilmente rimasto leggermente aperto. Fece tutto con gesti automatici, gli occhi erano socchiusi e la mente ancora addormentata. Alzò la testa per specchiarsi (anche questo era un gesto automatico, lo faceva sempre quando era in bagno), intravide dei segni rossi, spalancò gli occhi e la sorpresa la svegliò completamente: trovò sullo specchio, scritte col suo rossetto, le parole "mi manchi".

Tornò nel letto, il rubinetto sembrava non gocciolare più. Suo marito dormiva come un ghiro, pensava di svegliarlo subito per chiedergli se aveva scritto lui quella frase, ma il suo respiro profondo la convinse a rimandare tutto al mattino, così si riaddormentò anche lei. Dormì intensamente per due ore, poi un sogno sconvolgente la risvegliò. Sognò di partorire, lei non aveva figli, e il bambino che mise alla luce aveva un aspetto mostruoso ed era morto. Questa volta volle svegliare il suo compagno per avere un po' di conforto, ma Claudio non si svegliava, non dava segni di vita. Il letto si tingeva di rosso e al posto del lampadario la donna vedeva una corda con un cappio. Gocce di sangue cadevano dal soffitto e macchiavano il suo volto. Lei cercava di pulirsi col cuscino, ma più stringeva a sè la federa più il sangue sgorgava e macchiava. Nella stanza buia si sentì un urlo. Carmen, completamente sudata, si svegliò. Appena fu cosciente, si accorse delle braccia del marito intorno al suo collo. La stava abbracciando dicendole di stare tranquilla che non era successo niente, aveva avuto solo un incubo. La donna si mise a piangere: "è stato orribile", disse al compagno. "Sei stato tu?", continuò. "A fare cosa?". "A scrivere quella frase sullo specchio". "Quale frase?". A quel punto, la donna condusse Claudio in bagno ed entrambi constatarono che lo specchio era pulito. "Forse l'hai sognato .. forse faceva parte dell'incubo". "Eppure a me sembrava così reale", rispose confusa e spaventata. 

Da quanto ricordava Carmen, erano sposati da tre anni e la loro vita, fino a quella notte, scorreva lineare e serena. Dopo il matrimonio, non vi furono mai eventi particolarmente sconvolgenti. A parte durante il viaggio di nozze, quando Claudio rischiò di annegare nell'oceano pacifico mentre faceva snorkeling. Aveva la maschera col boccale, non si accorse di essersi spinto tanto al largo e, dopo aver ammirato un branco di pesci, riemerse. In quel momento fu travolto da un'onda, si divincolò nella corrente per cercare di tornare in superficie e quando ci riuscì fu travolto da un'altra onda che gli tolse il fiato. Per miracolo, stremato dalla fatica, tornò a riva. Sulla spiaggia tutti erano preoccupati per lui, aveva bevuto molta acqua ed era bianco come un cencio. Ebbe comunque la forza per reagire e per poco non mandò al diavolo la guida turistica che lo rimproverò di aver rischiato in quanto l'ocenao era infestato di squali.
 
La loro vita proseguiva quasi monotona. Lei lavorava presso uno studio legale e lui era impiegato in banca. Quando erano fidanzati uscivano molto più spesso: aperitivi con gli amici, pub, discoteca. Ultimamente, invece, andavano qualche volta al cinema, qualche pranzo con gli amici. Non amavano più la chiassosa vita mondana e per le vacanze sceglievano posti isolati, dove potessero rilassarsi e riposare. Erano comunque molto uniti. Erano abituati ad affrontare e risolvere i problemi insieme. Questa volta, per la prima volta, Carmen si sentì sola, come se quello che le era successo quella notte riguardava soltanto lei.
 
Milano si era accesa da poco e Carmen percorreva la galleria Vittorio Emanuele per raggiungere, in piazza S. Fedele, il suo ufficio. Un mendicante attirava la sua attenzione, aveva appeso al collo un cartello con scritto "il primo amore non si scorda mai". Le sorrideva e le augurava buona giornata. Lei lo ringraziava e faceva cadere una moneta nella ciotola posta ai suoi piedi. Per tutta la giornata si chiese cosa, quel clochard, voleva comunicare con quella frase, ma non vi trovò alcun senso.
Al lavoro tutto sembrava procedere tranquillamente quando cominciò a sentire le voci delle sue colleghe pronunciare frasi sibilline. "Perchè l'hai fatto"; "noi ti volevamo bene"; "povera ragazza, perché ci hai lasciato". Le guardava; loro erano occupate nelle loro mansioni e non proferivano parola. Si sentiva paranoica ed era spaventata da questa situazione. Non vedeva l'ora che quell'allucinante giornata finisse. Non vedeva l'ora di tornare da Claudio per essere abbracciata e consolata.
Rincasando la sera, incontrò, nel tunnel della metropolitana, lo stesso mendicante. Osservò con attenzione il cartello che aveva appeso al collo e lesse "sono un profugo senza tetto e senza cibo, aiutatemi vi prego". Questa volta il cartello aveva senso, ma non ebbe il coraggio di chiedergli se l'aveva sostituito durante la giornata. Ricambiò il sorriso, come aveva fatto al mattino, e proseguì la sua strada verso casa.

Giunta al cancelletto, fece per suonare il citofono. A quell'ora suo marito doveva essere rientrato. Cercò il suo pulsante e lesse Fam. Longoni. Qualcosa non tornava, fece scorrere tutti i pulsanti e nessun Fumasoni, solo Fam. Longoni. Suonò due, tre volte, non rispose nessuno. Cercò le chiavi in borsa. La borsa era sparita. Si accorse allora di avere una cartella a tracolla. L'aprì e vi trovò all'interno un diario. Stava perdendo il contatto con la realtà. Credeva fosso tutto un sogno e si ripeteva che doveva svegliarsi. Tuttavia, quell'incubo era incredibilmente reale. Sfogliò il diario e lesse, su quasi tutte le pagine, "CLAUDIO TI AMO". Cercò di ricordare come era giunta a quella casa e l'immagine che passò nella sua mente fu la sua figura seduta sull'autobus che fermava al suo vecchio liceo. Era stata a scuola. Sentiva i suoi colleghi di lavoro sempre più lontani e i suoi compagni di scuola sempre più vicini. Presa dal panico più totale, dette un colpo al cancelletto che si aprì. Proseguì lungo il giardino e giunse all'ingresso, fece pressione sulla maniglia e si aprì anche la porta. Lo stupore segnò un'espressione di sgomento sul suo volto: si trovava nella casa dei suoi genitori. Entrò nel salotto e pronunciò, più volte tra le lacrime, il nome di suo marito. Non rispose nessuno, lui non c'era e la casa era deserta. Si sentì sola e abbandonata e pensò che Claudio l'aveva lasciata. A questo punto squillò il telefono. Alzò il ricevitore e sentì una voce registrata ripetere: "è colpa mia, è tutta colpa mia, non avrei dovuto dire quelle cose". L'ansia e l'angoscia si impossessarono completamente di lei. Corse in camera e vide che il letto era a una piazza; nessun letto matrimoniale. Tutta la sua vita era sparita in un istante. Era solo un ricordo ora e lei si sentiva come se avesse vissuto soltanto un giorno. Cercò nel salotto l'album del suo matrimonio, ma trovò solo quello di famiglia. Poi cominciò a capire. Le sue fotografie terminavano al tempo del liceo. Ora sentiva il rubinetto gocciolare, andò in bagno e vide sullo specchio le parole scritte col rossetto. Aveva rimosso, ma ora i tasselli del puzzle stavano tornando al loro posto. Si ricordò che i suoi genitori erano andati in vacanza e le avevano affidato la cura della casa. Frequentava la quarta classe del liceo ed era innamoratissima del suo compagno Claudio Fumasoni. Era sabato pomeriggio e, approfittando della casa libera, aveva invitato il suo ragazzo a cena. Claudio, purtroppo, si era stancato del rapporto con Carmen, anche perché la ragazza soffriva di depressione e spesso era intrattabile, soprattutto quando non prendeva i farmaci. Così, quel pomeriggio i due fidanzati litigarono pesantemente e la ragazza venne lasciata dall'amato. Nella tragica sera che seguì quell'evento, Carmen, in preda ad una feroce crisi di angoscia, non riuscì a prendere sonno, assunse quindi una corposa dose di psicofarmaci per calmarsi. Si addormentò, ma fu svegliata nel cuore della notte dal ticchettio provocato dal rubinetto che gocciolava. Si alzò, andò in bagno, lo chiuse per bene e si specchiò. Prese il rossetto e pensando al suo amato scrisse "mi manchi". Tornò in camera, prese dalla cartella il suo diario e, su ogni pagina, scrisse "CLAUDIO TI AMO". Nello sconforto più totale, prese il telefono, fece il numero del suo amore, ma rispose la segreteria telefonica. Lasciò questo messaggio: "è colpa mia, è tutta colpa mia, non avrei dovuto dire quelle cose". Si diresse nel ripostiglio, prese una corda, la portò in salotto e la posò sul divano. Prese, dalla cucina, una sedia e se ne servì per togliere il lampadario dal gancio del soffitto. Al posto di esso legò al gancio la corda, con un cappio che si mise al collo. Dette un calcio alla sedia e .. "sono morta!!". Dio, nella sua immensa misericordia, le donò un futuro insieme al suo amato. Anche se quel futuro durò un solo giorno a lei parve un'eternità. Ora che fu consapevole di ciò che fece, udì il pianto dei suoi genitori e vide la disperazione di Claudio. Ebbe compassione e pronunciò queste parole: "io ti perdono amore mio, ti prego perdonami anche tu". Il ragazzo, appesantito dai più atroci sensi di colpa, non sentì quelle parole, ma il suo cuore cominciò a battere e la sua mente ebbe un attimo di pace e serenità. In quel momento Carmen vide la luce e lasciò definitivamente Claudio. Stava ora al giovane lasciarla andare.